Viaggiare in Giordania durante il Covid: com'era davvero

Viaggiare in Giordania durante il Covid: com'era davvero

Una premessa necessaria

Questo articolo documenta un’esperienza di viaggio avvenuta nell’aprile 2021, durante la pandemia da Covid-19. Le condizioni descritte — i protocolli sanitari, le restrizioni, i requisiti di ingresso — sono cambiate profondamente da allora. La Giordania è tornata alla normalità turistica dal 2022.

Pubblichiamo questo resoconto come documento storico di un momento straordinario nel turismo mondiale, e perché alcune delle osservazioni — sulla Giordania «vuota», sulla qualità dell’esperienza in assenza di massa turistica — rimangono rilevanti come punto di confronto e come ispirazione per chi cerca oggi la Giordania meno frequentata.

Il contesto: aprile 2021

La Giordania aveva chiuso le frontiere in modo quasi totale a marzo 2020. La prima riapertura parziale risale all’agosto 2020, con requisiti molto restrittivi: test PCR, hotel designati, protocolli rigidi che rendevano il viaggio accessibile solo ai più motivati.

Nell’aprile 2021, il sistema si era allentato ma rimaneva complesso: ingresso richiedeva un test PCR negativo entro 72 ore dalla partenza, un modulo di tracciamento digitale compilato prima del volo, e la registrazione in un hotel «approvato» per le prime notti. I certificati di vaccinazione esistevano ma il loro riconoscimento variava per nazionalità — le regole cambiavano letteralmente ogni settimana.

I turisti presenti in Giordania in quell’aprile erano nell’ordine di qualche migliaio — contro i quattro milioni annui del 2019. Una riduzione del 99% che aveva trasformato il paese nel sogno proibito di ogni viaggiatore: le stesse destinazioni, le stesse meraviglie, senza la folla.

Arrivo ad Amman: una capitale silenziosa

L’aeroporto Queen Alia in quell’aprile sembrava un aeroporto regionale di una piccola città europea. Le code al controllo passaporti — normalmente una delle esperienze più lente e caotica del Medio Oriente — duravano dieci minuti. Il personale, con mascherina e visiera, verificava i documenti con una cura quasi reverenziale: ogni passeggero era prezioso, raro.

Il centro di Amman era stranamente quieto per una capitale di tre milioni di abitanti. Rainbow Street — normalmente caotica di turisti, studenti universitari e famiglie nelle serate del fine settimana — aveva i caffè aperti ma mezzi vuoti. I ristoranti servivano ai tavoli con un ospite ogni tre tavoli, le distanze imposte dalla normativa anti-Covid.

Ciò che colpiva non era la tristezza — Amman non sembrava triste, i giordani mantengono una vitalità difficile da spegnere — ma la qualità dell’attenzione che ricevevi. Al Hashem, la leggendaria trattoria di hummus e falafel nel centro storico, il gestore si sedette al nostro tavolo per venti minuti a spiegare la storia del locale. Normalmente si muove tra i tavoli come un direttore d’orchestra — quello era un momento di respiro che la pandemia, paradossalmente, gli concedeva.

La Cittadella e i musei di Amman

La Cittadella di Amman (Jabal al-Qala’) ha una storia di 7.000 anni di insediamento continuo. Resti romani, un palazzo omayyade incompiuto del VIII secolo, i resti di una chiesa bizantina trasformata in moschea, il Museo Nazionale con le figure di Ain Ghazal — le più antiche statue di grandi dimensioni mai scoperte, risalenti a 9.000 anni fa. In condizioni normali, la Cittadella riceve centinaia di visitatori al giorno. In quell’aprile 2021, eravamo in cinque sul sito in totale.

La guardia del Museo Nazionale, un uomo sulla cinquantina di nome Ahmad, ci accompagnò personalmente attraverso la collezione per quarantacinque minuti. Non perché fosse il suo ruolo di guida — ma perché era mesi che non vedeva un visitatore straniero. Il piacere genuino di condividere una conoscenza maturata in anni di lavoro in quel museo era palpabile.

Le figure di Ain Ghazal ci colpirono più di qualsiasi riproduzione fotografica avesse mai suggerito. Viste di persona — due metri di distanza, nessun altro visitatore, nessuna folla da navigare — sono qualcosa che toglie il fiato. Nove millenni di storia dell’umanità condensati in due statuette di gesso con occhi di bitume.

Petra senza folla: un’esperienza irripetibile

Non c’è modo di descrivere Petra con tremila visitatori al giorno che la prepara per Petra con trenta.

Entrammo nel Siq alle otto del mattino. In tutta la camminata di 1,2 chilometri incontrammo sei persone: due guide giordane senza turisti, una coppia tedesca che aveva fatto lo stesso ragionamento nostro, due escursionisti australiani con zaini enormi diretti verso il Jordan Trail.

Il Siq ha una qualità acustica particolare — le pareti alte ottanta metri portano via il suono del mondo esterno. In condizioni normali il rumore dei turisti, dei calessi, degli asini riempie il canyon. In quel mattino di aprile 2021, c’era solo il vento leggero e il nostro respiro.

Il Tesoro apparve come appare sempre — improvvisamente, splendidamente, in tutta la sua scala impossibile — ma senza le decine di persone che normalmente riempiono la piazza davanti. Ci sedemmo sui gradini dell’area commerciale di fronte e rimanemmo in silenzio per venti minuti, guardando la luce del mattino spostarsi sulla facciata. La pietra cambia colore ogni cinque minuti nelle prime ore — dall’ambra all’ocra al rosa — e non lo avevamo mai notato davvero tra la folla.

La guida che avevamo prenotato, un uomo di Wadi Musa sulla quarantina di nome Khaled, ci disse che non aveva avuto clienti internazionali per tredici mesi. Non con amarezza — con la sobrietà di chi ha imparato ad aspettare — ma anche con una generosità di informazioni e tempo che in condizioni normali sarebbe stata impossibile. Ci portò in luoghi che non figurano negli itinerari standard: una piccola tomba-chiesa con affreschi parzialmente sopravvissuti, un serbatoio idrico nabateo nascosto dietro una roccia, un punto panoramico sulla Valle Principale che conosce in pochi.

Tour guidato privato a Petra con trasferimento dall’hotel

Il Monastero in solitudine

Il Monastero (Ad Deir) lo salimmo senza incontrare nessuno per i primi seicento gradini. Solo a trecento metri dalla cima incrociammo una famiglia giordana che scendeva. Arrivammo in cima con la struttura per noi soli per circa quaranta minuti.

Questo non succede. Non è un’esperienza disponibile nel turismo normale — non a nessun prezzo, non con nessuna guida privata, non in nessuna bassa stagione. Il Monastero è uno dei grandi monumenti del mondo antico, visitato ogni giorno da centinaia di persone. Averlo solo per noi, nella luce del mattino, fu uno di quei momenti che si descrivono male e si ricordano per sempre.

Ad Deir è più grande del Tesoro (47 metri di larghezza contro 30), originariamente un tempio nabateo del I secolo a.C., trasformato in chiesa cristiana nel IV-V secolo (da qui il nome «Monastero»). In piedi davanti alla facciata nel silenzio, si percepisce la scala del progetto nabateo in modo che la folla normalmente impedisce: questa non è decorazione. È ingegneria monumentale.

Wadi Rum nel silenzio

Da Petra a Wadi Rum in una mattinata. Il campo che avevamo prenotato era aperto ma aveva sette ospiti su una capacità di quaranta. Il proprietario — Mohammed, beduino di terza generazione nell’area — ci accolse con tè al cardamomo e una conversazione sulla situazione del turismo che durava da un’ora prima che ci chiedesse se volevamo vedere la camera.

Il risultato fu un tour in jeep completamente privato con Mohammed, che ebbe il tempo di portarci in luoghi che normalmente salta con i gruppi troppo numerosi. Arrivammo a un’area di incisioni rupestri nabatee e thamudiche che non avevamo visto in nessuna guida — in un canyon laterale che richiedeva un quarto d’ora di cammino dal sentiero principale. Le figure di cammelli, cacciatori, iscrizioni in scrittura antica, perfettamente conservate nella roccia arancione.

Mohammed ci spiegò ogni dettaglio con la cura di chi ha aspettato mesi per qualcuno a cui raccontarlo. Il turismo a Wadi Rum dipende quasi interamente dai visitatori stranieri — il turismo interno giordano è reale ma insufficiente per sostenere l’economia beduina del deserto. Tredici mesi senza turisti internazionali significavano tredici mesi di entrate quasi nulle per lui, per la sua famiglia, per tutti i gestori di camp e guide del distretto.

La notte nel deserto fu la più silenziosa che avessi mai passato. Letteralmente nessun suono artificiale per otto ore — nessun aereo (i voli erano ridottissimi), nessun rumore di altri campi, nessun generatore acceso perché il campo operava con pannelli solari. Solo il vento, sporadico, e il silenzio cosmico del deserto a tre di notte sotto una Via Lattea verticale.

La logistica del viaggio: protocolli e realtà pratica

I protocolli sanitari erano presenti ma non invasivi nella quotidianità. Mascherine obbligatorie in tutti gli spazi chiusi — compreso il Visitor Centre di Petra e i ristoranti al coperto — distanza sociale applicata con grande senso pratico, gel disinfettante agli ingressi di ogni sito. Il personale di Petra, dei musei e degli hotel era professionale e consapevole della precarietà del momento: nessuno faceva sembrare le misure una seccatura.

Gli hotel erano quasi vuoti. Pagammo prezzi che in condizioni normali non avremmo potuto permetterci: una camera al Petra Guest House — situato letteralmente di fronte all’ingresso del sito — a un terzo del prezzo normale. Il personale aveva tempo per conversazioni genuine, per spiegare la storia dell’hotel, per raccomandare ristoranti con la precisione di chi conosce il territorio invece della velocità della check-in di massa.

I ristoranti di Wadi Musa erano aperti ma silenziosi. Il proprietario del locale dove mangiammo la seconda sera si sedette con noi per un’ora — non per mancanza di lavoro ma per il piacere di parlare con qualcuno che veniva dall’Europa. Ci raccontò del 2020: dodici mesi senza un turista straniero, le famiglie del paese che dipendevano dal turismo, le preoccupazioni per i figli che studiavano turismo all’università e non trovavano tirocini.

Cosa questo momento ha insegnato sul turismo

Viaggiare in Giordania durante il Covid insegnò alcune cose che è utile portare nel turismo normale, quando si torna ai milioni di visitatori.

L’overcrowding è un problema reale. Petra con trecentomila visitatori al mese ha un’esperienza qualitativamente diversa da Petra con trenta al giorno. Non è solo una questione di spazio fisico — è la qualità dell’attenzione, la possibilità di fermarsi, di guardare senza la pressione del flusso di persone, di ascoltare il silenzio di un sito antico invece del rumore della folla.

Il personale turistico merita rispetto e pagamento equo. Le guide come Khaled, i gestori di camp come Mohammed, i ristoratori come il proprietario del locale di Wadi Musa hanno attraversato un 2020 catastrofico senza rete di sicurezza. Il turismo non è un’industria astratta — è la vita di famiglie concrete. Un turista che negozia selvaggiamente ogni prezzo, che cerca il tour più economico possibile, che non dà la mancia, contribuisce a precarizzare ulteriormente un settore che ha già una struttura economica fragile.

Ci sono momenti in cui un luogo ti appartiene. Il Tesoro vuoto alle otto del mattino, il Monastero per noi soli, il Wadi Rum con una guida che ha tutto il tempo del mondo: queste esperienze non si comprano normalmente. Sono state il lato paradossalmente positivo di un periodo globalmente difficile.

La Giordania post-pandemia ha recuperato: dal 2022-2023, i numeri sono tornati vicini al 2019. Petra è di nuovo affollata nelle ore di punta. La differenza rispetto al 2021 è totale. Ma alcune strategie permettono di recuperare qualcosa di quella qualità: arrivare a Petra all’apertura delle 6:00, visitare in bassa stagione (dicembre-febbraio), scegliere i giorni feriali. La folla non scompare, ma si gestisce.

La Giordania come destinazione sicura e stabile

Un aspetto che emerge con forza da quel viaggio — e che rimane rilevante oggi — è la stabilità politica e la sicurezza della Giordania in un contesto regionale complesso. Durante il periodo Covid, con la Siria in guerra, l’Iraq instabile, i Territori Palestinesi in tensione, la Giordania rimase aperta, sicura e funzionante. I servizi di sicurezza del paese mantengono un record eccellente che non ha equivalenti nella regione.

Per ulteriori informazioni aggiornate sulla sicurezza e sulle condizioni di viaggio, consulta la nostra guida alla sicurezza in Giordania.

FAQ

La Giordania richiede ancora requisiti speciali per il Covid?

No. Dalla fine del 2022, la Giordania ha rimosso tutti i requisiti legati al Covid. L’ingresso è tornato ai requisiti pre-pandemia: visto (o Jordan Pass) e passaporto valido. I test PCR e i certificati di vaccinazione non sono più richiesti.

Conviene ancora visitare la Giordania nonostante la ripresa del turismo?

Assolutamente sì. La Giordania post-pandemia ha infrastrutture migliorate, una guida turistica più professionalizzata e consapevole della qualità dell’esperienza, e la stessa bellezza fondamentale del paesaggio e dei siti. La differenza rispetto al 2021 è nella folla, non nella qualità dei luoghi.

Quando è meglio visitare la Giordania per evitare le folle?

Dicembre-febbraio è la bassa stagione più efficace: 40-50% meno visitatori rispetto al picco. Le mattine presto (6:00-8:00) danno la finestra più silenziosa in qualsiasi stagione. Consulta la nostra guida alla stagionalità per i dettagli completi.

Quale impatto ha avuto il Covid sul turismo giordano?

L’impatto è stato devastante: il turismo contribuisce per circa il 14% al PIL della Giordania. Il 2020 ha rappresentato una perdita di oltre il 90% delle entrate turistiche. Il recupero è avvenuto gradualmente dal 2021 al 2023, con un ritorno quasi completo ai numeri pre-pandemia entro il 2024.